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AMORE non è una parola pacifica. Dentro ha il battito e lo strappo, la promessa e l’urgenza, il desiderio che muove e quello che disorienta. Non parla solo di coppie felici o di cuori allineati, ma di corpi che cercano, di legami che cambiano forma.
Rossella Tempesta ci racconta un uomo-statua, vuoto del suo senso che gli viene restituito solo dagli occhi di chi lo guarda, lo venera, lo ama. Le donne che con il loro calore umano e vivo riescono a rianimarlo dal suo torpore.

Rossella Tempesta, autrice di “La pigrizia del cuore“
SVALENTINO
La luce filtra dalla persiana ed è una luce lattiginosa, deve esserci ancora la piuma bianca dell’inverno sulla corona dei monti, anche se è quasi arrivato l’equinozio di primavera . Forse pioviggina. Se acuisce l’udito può scoprirlo, se solo riesce a isolare il ticchettio della pioggerella fine dal fragore di bottiglie di vetro ribaltate nel camioncino della differenziata.
Come le hanno insegnato a quel corso di Mindfulness: essere presenti nel presente, non farsi portare via dai pensieri che sono come le mollichine di Pollicino, ma al contrario. Sviano.
Durante ogni lezione ci ha davvero provato a “tornare al respiro” o a “tornare a sentire i punti di appoggio” del proprio corpo sul bel parquet ambrato, ma è stato esattamente lo sforzo di quell’attimo, poi la mente o l’anima o quella chioma riccia di pensieri l’hanno portata ancora via.
Quando poi le è stato detto di lasciar passare i pensieri come fossero scimmiette che dondolandosi da un ramo all’altro del suo cervello/albero uscivano poi dalla sua testa è stato ancora peggio: si è trasmutata in una di quelle scimmiette e se n’è andata verso l’infinito, uscendo con gli altri agili Primati dalla sua stessa tempia.
Ecco vedi. Niente più concentrazione sul capire se piove, tutte altre fantasie, altri intrecci.
E tanto vale aprire meglio gli occhi e guardare un po’ intorno, restandosene sdraiata, spiare questo momento incantato che tutto può essere come vuoi immaginarlo, le foto sulla parete indaco al lato del letto e le ombre che si disperdono e questo respiro che viene da dietro le spalle.
Chi c’è? Ah sì, giusto: c’è l’uomo-statua, ha trascorso qui con lei la notte di San Valentino.
È molto bella la sua figura drappeggiata dalle lenzuola, ha un corpo affusolato, alto e chiaro, una testa perfetta, sembra proprio una statua greca fuggita dal piedistallo eaddormentatasi lì, alle sue spalle. E respira. Un respiro leggero che improvvisamente le fa sentire distintamente il ticchettio della pioggia. Pioviggina.
L’uomo-statua è detto così anche perché è freddo come una statua.
Non nel corpo, anzi il suo corpo è caldo e anche il suo alito lo è, caldo e odora di rosa damascena. Davvero, non se lo sta immaginando questo, non è la sua fantasia. L’uomo-statua profuma. Sempre. A volte i suoi piedi, lunghissimi, emanano un fortissimo odore di cuoio, per via di certe pesanti scarpe inglesi. Ma non è neppure quello un cattivo odore, anzi.
A volte poi dai suoi capelli emana un odore di fumo del camino, della legna riarsa, e la statua sembra Pan, il Dio dei boschi.
Ma è freddo, freddo, non si scalda mai davvero, non si accalora, non si appassiona.
O meglio non più, per lei. All’inizio, all’inizio sì, quando se n’era innamorato perdutamente perché lei era la nuova fidanzata, bella e seducente, nuova di zecca, non come la moglie ingrassata che gli dormiva accanto da anni.
All’inizio tutto era perfetto: aveva due di tutto: due donne, due case, due vite.
E poi aveva le amiche sessuali. Donne sposate, colleghe di lavoro, sesso senza pensieri, roba semplice e aerobica.
Le due donne invece, la moglie e la fidanzata, anche se non sapevano bene l’unadell’altra, non erano affatto roba semplice, anzi le cose si ingarbugliavano man mano che le vite parallele procedevano. Le due non erano come le amiche sessuali che l’esclusiva non la cercavano e non potevano, d’altronde, neppure offrirla.
Le due credevano di essere uniche, ciascuna la unica e sola, la Donna della Vita dell’uomo-statua. Ma non sapevano, quelle due, che le statue dentro sono come fuori?
Tutto marmo. Freddo. Lucente. Bellissimo. Anaffettivo.
La statua adesso socchiude gli occhi – celesti – e prodigiosamente, parla:
“Che c’è, tesoro, perché mi guardi? Dormiamo un altro po’, chiudi gli occhi, dormi.”
Madonna quanto non lo sopporta lui quello sguardo, lo sguardo che ormai lei ha da tempo quando lo osserva in silenzio: è chiaro che ha mangiato la foglia, non la si incanta più.
E per questo è finito tutto il gusto.
Con lei all’inizio c’era l’incantesimo di sentirsi un uomo meraviglioso, nuovo, vergine, e così incompreso fino a quel momento della sua vita deprivata dal Vero Amore e finalmente così amabile, così idealizzato. Da lei.
Questo è il motivo propellente per cui l’uomo-statua si è fidanzato: l’amore -ignaro- di lei lo ha fatto sentire puro, splendido, nobile.
Con sua moglie non funziona più da un secolo, sua moglie lo ha sgamato e declassato da tempo e se lo tiene perché prima ci sono stati i figli e poi ci sarà la vecchiaia che in due, dicono, si tollera meglio.
Con le amiche sessuali invece l’incantesimo non parte proprio, entrambi sanno di essere due consumati fedifraghi e scopano benino proprio perché non si stimano affatto, sono sex toys di carne e ossa, fanno ginnastica, punto.
Ma quando si è fidanzato con lei, dio! Era rinato.
Era il cavaliere senza macchia e pure se mentiva ogni volta che respirava, lei incredibilmente gli credeva.
Lui, un fallito che non stimava se stesso (e faceva bene) lui era diventato una statua greca, un dio greco precisamente, nel riflesso che gli rimandava lo sguardo innamorato e adorante di lei: la nuova -adorabile illusa- fidanzata.
E adesso invece lei lo guardava mentre dormiva e il suo sguardo metteva ansia, sembrava parlasse anche se lo guardava e basta.
E la frase che le leggeva sulle labbra chiuse di lei, mentre si distendevano in un sorriso identico a quello della Gioconda, la frase non detta era sempre la stessa:
“In fondo, sei un impotente come un altro”.
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