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27 Febbraio 2026

amorEros/4

AMORE non è una parola pacifica. Dentro ha il battito e lo strappo, la promessa e l’urgenza, il desiderio che muove e quello che disorienta. Non parla solo di coppie felici o di cuori allineati, ma di corpi che cercano, di legami che cambiano forma.

Per Paolo Calabrò l’eros si consuma nell’attesa che anticipa il piacere. Ma poi si scontra con paure antiche e fantasmi d’infanzia, rimanendo sospeso in un grande “chissà”.

Paolo Calabrò, Mental Coach professionista ai sensi della Legge n. 4/2013-Norma UNI 11601:2024, è editor per le case editrici Il Prato e Bertoni e dirige la collana di filosofia “I cento talleri” dell’editore Il Prato (insieme a Diego Fusaro). Ha collaborato con l’Opera Omnia di Raimon Panikkar in italiano edita da Jaca Book. Da oltre sei anni insegna editing e scrittura creativa in presenza e online. Ha pubblicato cinque monografie filosofiche, cinque romanzi noir e il saggio Editing. Manuale per la revisione del testo in 101 passi.

A LUCI SPENTE

Ore 19:30

Clic.

Accendo la luce prima ancora di entrare in casa; quando hai paura del buio in un modo irrazionale e incontrollabile, come me, impari a fare il contorsionista per raggiungere gli interruttori con la mano prima di infilare la faccia nella zona d’ombra. Richiudo la porta alle mie spalle e vado a buttarmi sul divano – la lampada di là la lascio sempre accesa. Chiudo gli occhi e, neanche un attimo dopo, vedo di nuovo la sua immagine. Vedo lei, il suo corpo, le sue forme, la sua nudità, ormai mi sembra di conoscerne ogni centimetro, anche se non l’ho mai vista davvero.

Alessia Morgana, la collega dell’ufficio acquisti. Tutto il santo giorno al telefono con fornitori e clienti eppure trova sempre il tempo di lanciare un’occhiata e un sorriso verso il mio desk, al di là del microfono attaccato alla cuffia, perso nei suoi capelli ricci e biondi da svenire.

Mi sento così, io. Come uno che sta per svenire.

Fabio dice che ho preso una malattia.

«Se è così, dimmi qual è la cura» gli ho risposto.

«Fatti una doccia fredda».

«Se mi faccio una doccia, finisce che mi metto a pensare a lei ancora più intensamente».

«E allora fattene due». È chiaro che non ha colto l’allusione.

Ma io sì. E so che non mi passerà con mille docce e nemmeno con un’alluvione. Non faccio che sognarla nel sonno, di notte; e a occhi aperti, di giorno. Non dormo più bene, sto più nervoso del solito, ho pure ripreso a fumare. Solo dieci sigarette, d’accordo, ma sempre fumare è. Ci vuole una risoluzione drastica. So io quello che devo fare.

Ore 19:45

«Che vuol dire che non lo sai?» 

«Si è trasferita, te l’ho detto».

«Ok, ma siete rimaste amiche, giusto?»

«Veramente non lo siamo mai state».

È la cosa che detesto di più: quando millantano questo mondo e quell’altro, poi glielo ricordi e ti fanno: “Io? Ma quando mai!”

«Uscivate insieme la sera, o no?»

«Mai uscite insieme la sera, no».

«Quindi sono io che ricordo male».

«Mi sa di sì. Io e lei ci vedevamo solo di mattina».

«Ah, ecco. Vi vedevate».

«Capita di vedere qualcuno quando si va dallo stesso parrucchiere».

«E non vi siete mai scambiate il numero di telefono?»

«Perché avremmo dovuto?»

Certe volte Laura mi dà proprio sui nervi: se ti faccio una domanda, quello che voglio è una risposta; non un’altra domanda.

«L’ho chiesto prima io».

«Cosa?» mi dice.

«No, niente. Dammi una mano, Laura».

Lei rimane in silenzio qualche secondo, poi mi fa:

«Certo che te la do una mano. Anche se non te lo meriti».

Non me lo merito. Questa è bella. Sta’ a vedere che adesso per avere il numero di una donna devi prima meritartelo. Non mi sembra il caso di precisarlo.

«Lo so, hai ragione, è solo che─

«No che non lo sai» mi interrompe.

«Eh?»

«Sentiamo: perché non te lo meriti?» 

Oddìo, non se ne esce più. Come a scuola, quando dovevi giurare di non rifarlo. Ma prima dovevi ammettere la colpa. E non è che ti dessero delle alternative fra cui scegliere, come in quei programmi tv dove guadagnano in una sera quello che prendo io in un intero trimestre col bonus e hanno pure i suggerimenti del pubblico. E no: a scuola la tua colpa la dovevi capire da solo; se no voleva dire che non eri pentito sinceramente. 

«Laura, ascolta…»

«Non ci arrivi, eh? Guarda, non ne voglio fare una questione personale…»

Ma certo. Come ho fatto a non pensarci prima. Una questione personale. Personale. Laura sta ancora parlando quando mi sento dire:

«Sì, no, hai ragione, scusami, eh, ti devo salutare, ciao Laura, ciao. Ciao».

Poi riattacco.

Devo fare una telefonata.

Ore 20:20

«In che senso, scusa?»

«Nel senso che c’è la legge. Là-lé-ggè».

Me lo fa cantilenando con intervallo di terza – DO-MI-DO. Che aggiunge un certo tono drammatico, ma non contribuisce alla mia causa.

«A parte che non ti sto chiedendo niente di strano. E comunque è la prima volta che vengo da te per un favore».

«Non è un favore. È un abuso».

«Addirittura».

«È così difficile da capire? Non mi stai chiedendo informazioni su di me. Mi stai chiedendo informazioni su un’altra persona».

«E allora? La conosciamo entrambi. Praticamente è un’amica comune».

«Comune sì. Ma amica non direi: non ti ha dato nemmeno il numero di telefono…»

«Ah? Il cosa? Ma figurati, nemmeno mi serve quello».

«No?»

«Ma no, che me ne frega. Te l’ho detto, devo portarle una cosa, tutto qui. Mi basta l’indirizzo».

«Il cellulare non è più comodo del citofono?»

Deve essere questo il motivo per cui l’idea di chiamare Camilla dell’ufficio personale non mi era venuta subito: crede che il suo sarcasmo faccia ridere e la renda simpatica ai colleghi. Non fa ridere, invece. E la odiano tutti.

«Comunque – conclude – non posso darti né l’uno né l’altro. C’è la privacy».

Non ci vedo più. Se c’è una cosa che mi manda in bestia, sul serio, è l’ipocrisia. Fa i suoi porci comodi dalla mattina alla sera con i nostri dati personali e se le sei simpatico ti dice pure quanto ce l’ha lungo il capomagazziniere (ma quello, a quanto si dice, non l’ha appreso dal fascicolo).

«Senti un po’, stronza». Me la immagino all’altro capo del telefono, con la sua brutta faccia da alieno di Men in black (quello del primo, non quello del secondo), che prepara la sua risposta a tono.

«Vaffanculo».

E già. Quando ho iniziato la chiamata, non mi aspettavo che il discorso prendesse questa piega. Ma già che ci siamo.

«Magari ci vado. Ma prima passo dal capo a dirgli due parole sui rimborsi».

Colpita. Resta in silenzio. È il momento di approfittarne.

«Se mi dessi quell’indirizzo?» le faccio.

«Se te ne andassi  fare in culo?»

Sta soltanto spingendo il bluff. Ma non serve alzare la posta, quando l’avversario ha un punto buono come il mio.

«Non me la giocherei così se fossi in te. Perché, vedi, io non parlavo di rimborsi in generale. Io parlavo di quei rimborsi».

Mi sembra di sentire un rumore insolito, appena percettibile, ma inconfondibile: quello della deglutizione nervosa.

«I rimborsi di Ferrante, intendo. Capito quali?»

“Un affare bollente di corruzione aziendale”: immagino già il titolo. Buoni benzina e piè di lista all’unico scalcagnato che ha il coraggio di rimorchiarsela, di quando in quando. Ferrante. Sì, il capomagazziniere. Un caso davvero scottante. La cosa più hot che una come lei possa immaginare.

Dopo qualche secondo, la sento scandire l’indirizzo con cadenza meccanica; se non ci avessi parlato prima, penserei che sia un bot.

«Un sentito ringraziamento» le dico.

«Guarda che il marito fa la guardia giurata» dice, come se fosse la risposta a una domanda che non ho formulato.

Ore 21:15

Non sapevo che abitasse fuori città, mi ci è voluto un po’ per arrivarci. Vado al citofono, trovo Trapani-Morgana, busso. Per qualche motivo mi torna in mente quello che mi ha detto la buzzicona – “Il marito fa la guardia giurata” – poi penso ad Alessia, ma la voce che sento non è quella di una donna:

«Pronto? Chi è?»

Non solo è una voce da uomo; ma è pure quella di uno che quando sente la parola cultura mette mano alla pistola. Mi arriva carica di riverbero, come dal fondo di una caverna. Dev’essere l’impianto.

«Chi è?» ripeto, senza senso.

«Pronto?!» fa quello, non tanto come uno che sta per perdere la pazienza, più come chi, in effetti, non ce l’aveva neanche prima. 

«Folletto – dico, poi mi sale il panico e allora aggiungo, senza riflettere: – Scusi, ho sbagliato». Preso dall’impulso di chiudere quella conversazione, ripremo il pulsante. Dopodiché mi allontano con un paio di falcate da bersagliere dall’altra parte della strada.

«Giovanotto» sento. Ci sono solo io in giro, mi sa che la voce ce l’ha con me. Solo che non so da che parte sia venuta.

«Giovanotto» ripete, e allora vedo una donna, attempata anziché no, nel buio del portone, sull’altro marciapiede. Faccio marcia indietro e in una folgore sono da lei. 

«Ecco» mi fa, consegnandomi un biglietto. C’è scritto un numero di telefono. Mi vede titubante e allora aggiunge:

«La signora Morgana, giusto?»

«No – rispondo, sovrappensiero. Poi capisco quello che intende e faccio: – Sì».

«Non chiami, mandi un messaggio. Le dirà come e quando. – Non so se mi infastidisce più la sua dimestichezza da sensale o l’idea che Alessia gestisca chi sa quale viavai di uomini avvalendosi di quella manodopera tanto consumata. Deve leggermisi in faccia, perché quella mi dice altre due cose. La prima è: «La stava aspettando». Ma certo, devono averla avvertita del mio arrivo; Laura, o Camilla, chi lo sa. La seconda è: «Dieci euro». È chiaro che Alessia le ha dato le dritte, ma non la mancia. Tiro fuori la banconota, gliela passo e quella mi fa:

«Vada al bar di fronte e si metta comodo. Il marito non esce prima di tre ore».

Così faccio. Dal bar le scrivo solo “Sono qui” e aspetto la risposta; che arriva una decina di minuti più tardi: “Aspetta, ti dico io quando”. Aspetto, sguardo fisso sul portone, da uno dei tavolini all’aperto del bar. E di ore ne passano effettivamente tre: solo dopo mezzanotte mi arriva il secondo messaggio, “Vieni, terzo piano”. Alzo gli occhi e vedo uscire un uomo in divisa. Sale in auto, mette in moto, va via. Mi metto in moto anch’io, pago, esco, attraverso di nuovo la strada e, prima che possa citofonare, la serratura scatta. Apro il portone, mi infilo all’interno. Salgo i gradini così di corsa che, una volta finiti, quasi le cado fra le braccia – è lì che mi aspetta, ha già aperto la porta. Me la sono immaginata in mille modi, ma mai in questo modo: scalza, vestita di nient’altro che d’uno spillone d’ebano fra i capelli raccolti e una giacca di raso chiusa con un solo bottone all’altezza dell’inguine. Mi chiedo se si sia preparata così proprio per me, o se quello sia il suo abbigliamento abituale delle serate a casa col marito.

«Entra» mi fa: la cosa si profila già ambigua al punto giusto. La assecondo. La guardo farmi strada in corridoio – percepisco i suoi movimenti attraverso il tessuto che le va su e giù fino al fondoschiena, mi sembra di poter vedere i suoi muscoli contrarsi e distendersi a ogni passo. Arriviamo al salone.

«Sono mesi che ti voglio» le dico. Mi guarda, sorride, mi accompagna al divano, mi dà una spinta con le mani e io cado in mezzo ai cuscini. Come in un film. Poi, con un gesto solo – giuro: un gesto unico, come quello di chiudersi una zip, non lo so come ha fatto, non ne ho idea, ma è così – si sfila via ogni cosa, spillone e giacca cioè, e resta nuda, come quando è venuta al mondo, di fronte a me, coi suoi biondissimi capelli completamente sciolti, coperta da nient’altro che la luce calda che riempie la stanza a diecimila watt. Come se avessi bisogno di distogliere lo sguardo da quell’immagine accecante, mi volto verso la porta-finestra all’americana alla mia destra: tutta quella luce all’interno fa da specchio e io la vedo ancora, riflessa, da un’altra angolazione e non riesco a credere, dopo averla desiderata così a lungo, di essere davvero con lei in questa stanza, noi due, soli.

«Anch’io ti voglio» dice, guardandomi negli occhi. Poi si volta, flette la schiena tendendo le gambe, raccatta i vestiti con una lentezza che, a posteriori, mi sembra innaturale. Se prima stare fermo era difficile, adesso è impossibile; mi alzo d’impeto e, proprio mentre lei si volta di nuovo verso di me con la giacca ripiegata sotto i seni, la cingo con le braccia e, stringendola, spingo la bocca verso la sua.

«Aspetta – dice lei, portando indietro la testa. – Devo dirti prima una cosa».

Forse dovevo aspettare. Forse ho esagerato. Forse non è pronta. Mi chiedo se io lo sia. Dico:

«Scusami. Se c’è qualcosa che non ti va…»

Lei mi sorride, d’un sorriso così luminoso che posso vederlo anche quando abbassa lo sguardo.

«No, no. Figurati. A me va tutto. E tutto quello che piace a te, va anche a me. – Ogni uomo vorrebbe sentirsi dire queste parole da una donna almeno una volta nella vita. Lei riprende: – È solo che…»

«Sono pronto a fare di tutto per te. Dimmi solo che cosa» le dico. E ne sono convinto davvero.

«Ecco… devo chiederti un favore».

Chiedimi qualsiasi cosa, vorrei dirle, basta che sia veloce.

«Dimmi».

«Potresti spegnere la luce? – mi fa, indicando con lo spillone che ha in mano l’interruttore sulla parete di fronte. – Con la luce accesa… non ci riesco».

Mi rendo conto che sto andando a fare come mi ha chiesto. Per quanto tempo riuscirò a trattenermi prima di mettermi a correre via senza guardarmi avanti? mi chiedo.

«Anche a te piace farlo a luci spente?» fa lei.

“A luci spente” penso. Poi mi fermo e mi volto di nuovo verso il vetro, dall’altra parte della stanza. In un attimo solo immagino la notte illuminarsi e i puntini colorati della città entrare fin dove siamo, fino a me. Una notte bella come non l’ho vista mai.

Clic.

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