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19 Febbraio 2026

amorEros/2

AMORE non è una parola pacifica. Dentro ha il battito e lo strappo, la promessa e l’urgenza, il desiderio che muove e quello che disorienta. Non parla solo di coppie felici o di cuori allineati, ma di corpi che cercano, di legami che cambiano forma.

Amore è anche musica, quella del cuore e quella dei Beatles. Nel racconto di Flaminia Festuccia il ritmo di una canzone si allinea a quello del respiro, e una serata storta lascia aperto uno spiraglio che fa entrare, con la voce di Lennon, una verità troppo grande per essere ammessa alla luce del giorno.

Flaminia Festuccia, autrice di “La stagione dei papaveri

I WANT YOU

A Luca non è mai piaciuto, il pastis. Ma ha un sapore diverso, bevuto in quell’appartamento londinese un po’ decadente, mobili antichi, divani piccoli e scomodi, tappeti vecchi, studentesse francesi in Erasmus.

Leo, da parte sua, fa sfoggio delle tre parole di francese che conosce e che pronuncia anche male. Luca si morde la lingua per non correggerlo, seduto ai piedi di una poltrona troppo piccola per ospitare due persone lascia che una biondina con gli occhi grandi che forse risponde al nome di Brigitte gli passi le dita fra i capelli. Il pastis non gli è mai piaciuto, ma continua a bere in automatico perché se smettesse di farlo dovrebbe trovare un altro modo di impegnare le mani, la testa. E ora, con Leo davanti così, non crede che sia una buona idea.

Leo, già, che ora è seduto su uno dei divani scomodi foderati di velluto rosso scuro, e ha una delle ragazze francesi praticamente in braccio.  Lei ha un maglione con lo scollo largo che le lascia scoperti il collo, una spalla, le dita piene di anelli vistosi, fuma con gesti plateali e l’odore di erba si spande pesante per la stanza. 

È decisamente la più carina del gruppo, ma a Luca importa poco. Anche se si fosse accaparrato lei e non la bionda Brigitte, da qualche parte sa che qualunque cosa accada stasera sarà solo una distrazione momentanea, fugace, inutile rispetto al pensiero costante e invadente che lo monopolizza da settimane. 

Se volesse davvero distrarsi, dovrebbe impegnarsi di più per conquistarsi la serata, per portarsi a letto Brigitte. Solo che Luca non ne ha voglia, e anche Leo, che pure sembra abbastanza concentrato sulla sua ragazza, invece di agire si sta prendendo il suo tempo a sussurrarle cose all’orecchio che un po’ la fanno ridere, un po’ arrossire dietro i capelli scuri. 

Brigitte ocomediavolosichiama non smette di accarezzargli i capelli, quasi ipnotica. Però non fa una mossa in più e Luca comincia a diventare insofferente, tra il pastis dolciastro e la coppia davanti a lui, Leo che declama qualcosa in un francese orribile e la ragazza che se lo guarda come se avesse messo gli occhi su un tipo particolarmente appetitoso di dolce, che aspetta solo di essere mangiato. Anche la ragazza deve aver seguito lo stesso percorso mentale, perché si è avvicinata di più a Leo, passandogli un dito sulle labbra, un invito.

Si baciano, rapidi e poi lenti. Luca è abbastanza ubriaco, il pavimento è scomodo, la gamba della poltrona gli preme in modo doloroso al centro della schiena. Si sente ignorato e stanco, usurato, quasi un pezzo di tappezzeria. Tra un bacio e l’altro Leo continua a sussurrare parole in francese con una pronuncia pessima, roba da poco, recuperata dalla memoria e da qualche canzone.

Sbuffa, Luca.

«Qualcosa non va?»

Gli chiede Leo, che sembrava così concentrato sulla sua ragazza e invece in un momento è di nuovo presente, una smorfia ironica che fa intravedere gli incisivi un po’ storti.

«Je ne parlerai pas, je ne penserai rien. Mais lamour infini me montera dans lâme…»

Gli risponde Luca, alzando la voce e anche un po’ la testa, perdendo il contatto con la mano della ragazza tra i suoi capelli. Ha detto quei versi a memoria, con meno espressione di quanto avrebbe voluto, un vuoto allo stomaco mentre riprende fiato. È ubriaco, sì, ma la poesia gli viene sempre facile da ricordare quando è così, pesca con semplicità i versi dal pantano dei pensieri, come fossero in un compartimento separato.

La ragazza di Leo gli sorride, un sorriso compiaciuto.

«Parli bene, hai una bella pronuncia» gli dice, e poi, anche «Rimbaud» e poi, ancora: «Sei un poeta?»

Leo scoppia a ridere. «Un poeta» dice, grondando sarcasmo in ogni sillaba.

Luca decide di ignorarlo. «Scrivo poesie. Sono un poeta. Come lo vuoi chiamare sennò?»

«Uno che dice un mucchio di stronzate in rima» fa Leo, secco. Si scambiano uno sguardo di fuoco.

Un gioco del cazzo, ecco cos’è. Speculare e opposto alle provocazioni tenere delle due ragazze. 

«Io ti credo» dice la ragazza. «Questo modo che hai di guardare le cose di, ah, come si dice, di scrutarle».

È molto bella, e molto francese. Capelli scuri e spigoli evidenti, denti grandi, occhi grandi, labbra rosse. «Sei bella» le dice, di botto, e Leo ride. «Tutto qui, poeta?»

«Quanto sei stronzo» gli dice allora, alzandosi di scatto, fregandosene della ragazza bionda che resta lì interrogativa, ma Leo gli afferra il polso, rapido. «Dove vai?»

«Via».

«Vengo con te». 

«Non disturbarti».

Luca si scioglie dalla stretta con un gesto brusco e infila la porta, senza aspettare.

Londra di notte è un romanzo vittoriano, è nebbia densa e luci gialle che creano aloni lattiginosi sotto ai lampioni. Londra di notte è umida, qualsiasi sia la stagione, un umido che a Luca entra sottopelle e lo fa sentire molto lontano da casa in un modo non spiacevole. Mani in tasca, passo lento, smaltire come vapore sotto pressione la tensione di quella serata e di quelle passate, di tutte le cose che non riesce a collocare.

Si vede da fuori, piccolo, arrogante, egoista e così disperatamente dipendente dall’approvazione degli altri, un cucciolo affamato al punto di prendersela con Leo se non gli riserva l’adorazione dovuta, se invece di implorarlo di restare o di seguirlo l’ha lasciato andare per restarsene in quell’appartamento con le ragazze francesi.

«Oh ma che ti sei offeso?»

Luca sussulta ritrovandosi accanto un Leo sorridente che cammina a passi ampi e rilassati, mani in tasca e solo il respiro un po’ accelerato a far capire che si è affrettato per raggiungerlo.

«Offeso?» gli dice, facendo finta che è normale, facendo finta che è giusto che Leo molli una serata, una donna, una cosa qualsiasi per stare appresso a lui e alle sue paturnie. Leo gli dà una gomitata scherzosa e a Luca sparisce il malumore.

Offeso, mi chiedi. No, è che non ci capisco più un cazzo, continuo a bere troppo e frequentare le persone sbagliate.

Le inutili francesi.

I tipi pretenziosi dell’università, con la sigaretta dietro l’orecchio e la verità in tasca.

Te.

Te che fai l’equilibrista sul bordo del marciapiede come se non ti importasse di aver mollato tutto per seguirmi, come se fossi io la cosa più importante.

«E la francese?» gli chiede Luca, allora. Per capire se ha immaginato tutto di questa serata oppure no.

«Noiosa».

«Era bella».

«Era noiosa».

Leo si volta e cammina all’indietro mentre parla, schiva un lampione, inciampa, ride. 

«Quando mai ti ha fermato questa cosa?»

«Sempre. Dovresti conoscermi, no?» 

Il loro appartamento sa di birra vecchia e sigarette e moquette, odore di casa. Leo rovista in cucina, apre e chiude ante, fa un gran casino. Sono le tre di mattina, hanno bevuto senza sosta per le ultime due ore, e lui ha fame. Luca si sdraia sul divano, di traverso, le gambe sul bracciolo. La stanza gira ancora. Scalcia via le scarpe e guarda il soffitto aspettando di tornare a terra. Non ci riesce.

«Ma non avevamo ancora delle uova? Chi cazzo è che si finisce sempre tutto?»

Luca non risponde, allunga una mano al tavolino accanto, accende il giradischi, abbassa la puntina sul disco che era rimasto sul piatto. Abbey Road inizia a girare ed è perfetto, assolutamente perfetto. 

Leo lo trova così, la faccia schiacciata contro il bracciolo, un braccio che penzola dal bordo, le dita che sfiorano il pavimento e battono il ritmo di Come Together sul bordo del divano. Qui e ora. Una canzone che accelera i battiti e non accenna a farlo scendere dal treno di euforia che viaggia al regime di una sbronza epica in fase calante, che domani sarà tremenda, ma adesso è piena di lucine e leggerezza. Leo batte il piede a tempo, agita la testa a scatti.

«Dai, tirati su».

«Non ce la faccio».

«Fammi spazio».

Luca rotola un po’ di lato, con risultati scarsi. Leo lo alza di peso, si ricava un angolino tra lui e il bracciolo. Poi si fruga in tasca e tira fuori il pacchetto, fa saltare fuori due sigarette senza chiedere. Luca ne prende una ma non la accende, guarda il soffitto e muove le labbra canticchiando Something a bassa voce, ondeggiando la testa sul ritmo che rallenta. 

You’re asking me will my love grow

I don’t know, I don’t know

Leo sbuffa fuori il fumo dall’angolo della bocca. «Come cazzo fai a restare intonato in queste condizioni».

«Sono un talento naturale» biascica Luca, accendendosi finalmente la sigaretta, lanciando spirali di fumo nell’aria verso il soffitto.

«Dobbiamo darci da fare, Lu».

«Eh, magari domani».

«È già domani».

Leo ride. Quando parte Oh darling Luca non resiste e si lancia in un nuovo exploit canoro, insistendo sulle vocali lunghe in quel modo che sa fare lui.

Canta, e canta anche Leo, cantano tutte le canzoni fregandosene dell’ora e dei vicini, le teste accostate in un duetto ubriaco, quando – I want you, I want you so bad – le note nuove che arrivano li colgono impreparati, e la voce vagamente dolente di Lennon gli dice ho capito, ho scrostato via questa patina, lasciatemi fare. 

It’s driving me mad, it’s driving me mad

Luca se lo sente raschiare in gola e depositarsi in fondo allo stomaco, un peso non del tutto spiacevole, so heavy ma come una cosa viva, viva come il ritmo blandamente ossessivo della chitarra e il battito della batteria che gli manda fuori fase il suo. Solo una leggera aritmia, un cambio della marea. Forse la forza di gravità.

«Hey» lo chiama, e quando Leo si gira – d’istinto, e di scatto, come tirato fuori di peso da una fantasia sonnolenta – quando Leo si gira è un po’ troppo vicino.  

Leo sussulta. «Che cazzo fai», sussurra, e non si sposta, sa di troppe sigarette e un sapore ferroso di alcol scadente e tre di notte, sa di tutte le cose che non si possono dire.

La musica finisce di botto, e il disco resta lì a girare, muto, in un silenzio che è un frastuono di pensieri. Luca chiude gli occhi un secondo, li riapre, li sbatte. Leo ha invaso il suo campo visivo e un po’ anche tutto il resto, perché magari era partito da lui, eh, però è Leo che… che adesso insiste, e un certo retrogusto di tabacco e metallo prende possesso della sua bocca, come se dovesse abitarla per sempre.

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