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  • Inizia un altro mese. Un altro mese di battaglie. Un altro mese senza stipendio. No, non sono disoccupato. Sono un operatore sociale. A Napoli. «Operatoresocialeanapoli» dovrebbe essere una parola da inserire nel vocabolario della lingua italiana. O in quello dei sinonimi, alle voci «precario» o «autolesionista». Sono impegnato in un progetto

    per richiedenti asilo con una piccola associazione. No profit, of course. Che finanzia le proprie attività con fondi pubblici, e dunque costantemente alla mercé di questa o quella amministrazione, di questo o quell’assessore, di questo o quel dirigente, di questa o quella ragioneria o tesoreria. Lo so, andrebbero le iniziali maiuscole. Ma sono pochi quelli che davvero le

    meritano, e allora faccio la media ed escono minuscole. Molti mi chiedono: «Chi te lo fa fare?». Oppure: «Perché non ti cerchi un lavoro vero?». Alla prima domanda francamente non so più cosa rispondere se non che lo faccio per passione. La seconda, invece, mi fa sempre decisamente incazzare. Sgobbare fino a dieci ore al giorno per sei giorni a

    settimana non è un lavoro vero? Stamattina ho un appuntamento in questura. Devo incontrare il dirigente (fa media da solo), il dott. Arcangelo. Sono settimane che chiedevo un colloquio, finalmente me lo ha concesso, beninteso con un preavviso solo di qualche ora. D’altronde posso capirlo: fornire informazioni sullo stato del permesso di soggiorno di un ragazzo senza fissa

    dimora, vittima di tortura e per giunta anche depresso cronico non è una grande priorità. Dobbiamo già ringraziare se non glielo danno scaduto, il permesso, come succede il più delle volte. Prendo la mia famosa pseudo giacca delle grandi occasioni acquistata al mercatino rionale, infilo le carte nello zaino e mi avvio alla fermata del bus. Mi sono sempre chiesto perché i

    sondaggi non li facciano presso le pensiline dei pullman o, meglio ancora, sui mezzi stessi. Potrebbero scrivere: «Campione preso in analisi: linea R2 delle ore 9, arrivata però alle 9,50». Ovviamente la quantità di ritardo dovrebbe essere un parametro importante per valutare le risposte. Certo, banchieri e grandi manager di solito non utilizzano i trasporti pubblici, ma gli

    esperti sanno già cosa pensano e chi votano quelli lì. Oggi l’argomento di dibattito, tra le persone che aspettano l’autobus, è la spazzatura. Difficile parlare di altro stamane, dato che i cumuli di immondizia ostacolano persino la vista della corriera che sta arrivando. In particolare sembra che la domanda del sondaggio sia del tipo: «Di chi è la colpa dell’emergenza rifiuti

    a Napoli?». «Quello aveva detto che la toglieva in due giorni! E guarda come stiamo! Ce la porterei tutta nella sua villa in Sardegna, st’omm ʼe merd!». Segna: colpa del governo. «Ma che dici! E ’o sindaco che fa? Non sono buoni a niente ʼsti comunisti ʼe merd!». Segna: colpa delle istituzioni locali. «Seee! Qua ’o problema è la camorra...», con deciso calo del tono vocale sull’ultima

    parola. Segna: colpa dell’imprenditoria partenopea. Voce sul bus, voce di popolo. Ogni giorno un tema diverso, e ti fai la tua indagine sociologica attendibilissima sugli umori della popolazione. Per chi come me lavora con gli immigrati, è un valido strumento per tastare le opinioni in materia, il livello crescente o decrescente di intolleranza, la resistenza o meno della storica

    propensione all’accoglienza degli abitanti di questa città. Ma oggi hanno deciso di parlare di discariche e così mi concentro sull’incontro in questura. Arrivo come sempre venti minuti prima. Una brutta malattia. Letale se sei a Napoli. O se lavori con gli africani. Entrambi i popoli sembrano avere un proprio fuso orario, che diverge da quello ufficiale per un tempo aggiuntivo che va

    dalla mezz’ora a oltre un’ora. A dire il vero, molti africani che ho conosciuto sono quasi scientifici: sessanta minuti esatti, ovviamente in più. Aggiungeteci il mio anticipo cronico e avrete un’idea di come passo le giornate quando ho un appuntamento con uno di loro, o con la maggior parte dei miei amici e conoscenti autoctoni. Prendo un caffè al bar sotto la questura.

    Qui il sondaggio quotidiano, invece, è sempre sugli stessi due temi: extracomunitari, come li chiamano loro, e calcio. A meno che non entri una straniera che li colpisca. In tal caso pure Maradona deve farsi da parte. Ma per fortuna giocano solo a fare i «farinielli», gli spacconi, e la ragazza quasi si diverte. Poso la tazzina e mi avvio all’ingresso della questura.

    La solita calca. Migranti in attesa del loro turno, accompagnatori, «intermediari». Un mediatore culturale, che accompagna una giovane cinese, sta cercando disperatamente di far capire al poliziotto all’ingresso che è necessario che salga assieme a lei che non conosce nemmeno una parola di italiano. Ma forse neppure il poliziotto

    capisce la nostra lingua. Mi presento, dico dell’appuntamento. Telefonano sopra, annuiscono (ma a chi?), posano la cornetta e mi sollecitano a salire. Lo faccio come sempre sentendomi un po’ in colpa, sensazione alimentata da quella massa di persone rimaste fuori che mi guardano chiedendosi chi io sia. Salgo le scale fino al secondo piano. L’ambiente

    è caldo e accogliente come il pronto soccorso di un ospedale. Migranti, seduti e in piedi, sono in attesa chissà da quanto che «qualcuno» si occupi di loro. Passa un impiegato, forse credono che sia finalmente il «qualcuno» che stanno aspettando, gli si avvicinano, lui urla un nospikinglisc e scompare. Peccato che gli avessero parlato in francese! Raggiungo l’anticamera del

    Dirigente, che guadagna la maiuscola al momento degli incontri. Meglio tenere buoni i rapporti. Mi viene detto di entrare. Entro.

    Terzo settore in fondo

Terzo settore in fondo

Collana: I Saggi

Pagine: 120

ISBN: 9788896350430

Prezzo: 9.00 

Anna, Vladimir, Mohamed. Tre pianeti diversi, da me e tra loro. Sono la mia famiglia, assieme a qualche altro migliaio di persone provenienti un po’ da tutto il mondo.
In Terzo settore in fondo, Mauro Eliah si occupa di disperati in terra straniera. Migranti, anzi no, rifugiati, una categoria protetta da particolari norme internazionali, ma che nella lettura dell’opinione pubblica e degli apparati istituzionali italiani appare sfumata, soggetta agli umori e agli interessi dell’amministratore di turno. Tra i richiedenti asilo, c’è Thomas Compaoré, giornalista, un passato di carcere e tortura nel Burkina Faso prima della fuga nel Belpaese dove è in attesa del permesso di soggiorno. Intelligente, preparato, è benvoluto e rispettato da Eliah e dai suoi colleghi ma critico sul poco e male che si fa in Italia. Su un cantiere edile combatte la sua battaglia, solo contro la rassegnazione e il destino di un esercito di senza diritti e senza voce. Sullo sfondo la Giornata Mondiale del Rifugiato, sbiadita e grottesca vetrina politica nelle mani di associazioni di facciata. Terzo settore in fondo è sì un duro atto di denuncia contro il cinismo del mondo dell’accoglienza, ma senza mai averne il sapore. I colori sono quelli leggeri dell’ironia e della battuta felice, che non conosce l’insulto e l’attacco violento. Proprio per questo l’effetto è dirompente, di una efficacia straordinaria. Castigat ridendo mores: ridendo, corregge i costumi. E alla fine si diventa consapevoli che c’è poco da stare allegri per capirsi e per capire ciò che succede in un mondo i cui confini, anche mentali, sono profondamente cambiati.

Marco Ehlardo (1969) è nato a Napoli, città dove vive e lavora. Impegnato per dieci anni nel settore sociale, è stato coordinatore di un programma di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Ha organizzato e partecipato a numerosi convegni, incontri e seminari sul diritto di asilo, e coordinato la pubblicazione di due dossier statistici sul fenomeno in Campania. Attualmente è referente territoriale per la Campania di ActionAid Italia, una delle più importanti e serie organizzazioni internazionali che lottano contro la povertà e per i diritti umani.Tamara Ferrari, giornalista, è originaria di Altilia, in provincia di Cosenza. Nel 2006 è approdata alla rivista Vanity Fair, dove lavora nell’ufficio centrale di Milano e cura la rubrica on line Malanova, quando non è inviata nei teatri di guerra di tutto il mondo. Per Edizioni Spartaco ha scritto il libro Il confine sminato. Cronache da Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Sud Sudan, Bosnia ed Erzegovina, Italia (2014). Carlo Ciavoni (Roma 1948) è giornalista dal 1972. Si è occupato di nera e giudiziaria nel corso della carriera di cronista nelle redazioni dei quotidiani l’Unità, Paese Sera e infine la Repubblica dove lavora da più di trent’anni. Altri territori giornalistici praticati sono il mondo della scuola, la politica e, da un decennio, la cooperazione internazionale.

“Un Percorso a Ostacoli fino al Terzo Settore in Fondo”

Marco Ehlardo ci dice qualcosa in più del libro e di sé…

«La sera mi rilasso con la mia passione più grande: la musica. Passione estrema, e dai gusti estremi. Prendo la mia chitarra Jackson Randy Roads (il defunto chitarrista di Ozzy Osbourne), attacco amplificatore e distorsore e torturo chitarra e padiglioni auricolari (con le cuffie ovviamente, non perché tenga ai miei vicini, semplicemente perché con tutto l’impegno possibile non riuscirei mai a fare più rumore di loro). Una sera, invece, guardavo l’ennesimo servizio in tv sulla “invasione” dei “profughi”, e le ennesime dichiarazioni insulsamente ideologiche da destra e da sinistra. Ho acceso il computer e ho scritto di getto un capitolo. Non sapevo neanche io cosa stavo facendo, trascrivevo semplicemente le parole che mi arrivavano da qualche parte. Poi più niente per mesi. Improvvisamente, in un momento di quasi burnout lavorativo, quelle righe mi hanno richiamato. Due notti insonni e “Terzo settore in fondo” era finito. Nessuno crede agli scrittori quando dicono di aver iniziato a scrivere per se stessi, senza nessuna idea di pubblicare qualcosa. Eppure è vero, almeno nel mio caso. Volevo tirar fuori vecchi ricordi, vecchie esperienze, e parlare di temi che conoscevo in modo schietto, senza mediazioni, e senza dover pesare le parole come sempre. In maniera ironica; perché questo è il mio modo di vedere la vita, e perché credo che sia molto più efficace denunciare ‘sfottendo’ che riempiendo pagine di dati, considerazioni e magari insulti. Poi ho trovato due persone sufficientemente folli per i miei gusti, Tiziana e Ugo. E una ancora più folle come Rossella che ci ha fatto conoscere. Ed eccoci qui. Pronti stavolta a concluderlo davvero questo percorso».

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