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  • Serrande abbassate, finestre socchiuse, il silenzio galleggia fra la penombra delle case e il nero delle strade, avvolge gli oggetti che lo prendono in consegna e lo rilasciano a intermittenza nello spazio circostante. Un viavai muto attraverso spiragli e fessure, posti segreti, un moto che tiene in perfetto equilibrio la quiete delle cinque e ventiquattro del mattino.

    Soprammobili, tende, alberi, fontane, tutto sembra sospeso nel tempo. Dopo aver lavorato al silenzio e in silenzio tutta la notte, ogni cosa ritrae la sua anima in attesa del nuovo giorno. I lampioni si spengono a chiazze e cedono il passo al primo bagliore di un cielo terso. È una meravigliosa giornata di fine giugno. La città dorme. Un vento leggero sale dal mare portando

    con sé storie di vite lontane. Granelli di sabbia. l sibilo del Suv di Piero è l’unico rumore percepibile nell’aria ovattata delle cinque e venticinque del mattino, un bisturi che incide il silenzio e con esso si fonde. All’interno delle case il suono arriva attutito, quasi impercettibile. Anche l’angolo più remoto e dimenticato sembra pervaso dalla pace.

    Ma dentro quel Suv accade qualcosa di diverso. Il cuore di Piero sferra colpi massicci, a intervalli brevissimi l’uno dall’altro. Tonfi sordi, continui, che nelle sue orecchie assomigliano ai rintocchi di un pendolo. La tensione è così forte che l’impugnatura stretta di tutte e due le mani sul volante non impedisce agli avambracci di tremare, la muscolatura si contrae

    a tal punto da provocargli dolore alle spalle, al collo. Una vertigine. Le pupille compiono movimenti rapidissimi in ogni direzione. Gocce di sudore gli tagliano la fronte e si fermano sugli occhi. Le palpebre, inzuppate, diventano così pesanti che potrebbero chiudersi da un momento all’altro. Ma sono le cinque e ventisei del mattino. E, nonostante tutto, Piero arriverà

    in perfetto orario all’appuntamento più importante della sua vita. Meno di due chilometri lo separano dalla destinazione, un palazzo abbandonato all’imbocco di via Maranta: quattro minuti dovrebbero essere sufficienti a percorrerli. Piero ha paura, è la terza volta in vita sua che guida l’auto del padre, le prime due aveva lui a fianco, muto. L’ingegnere Mauro

    Righieri gli parlava con gli occhi. Ammonizione e autorità allo stesso tempo: Piero decise di non guidare più. Eppure ora ha le dita incollate a quel volante. Non fosse per l’angoscia che lo annebbia isolandolo da ogni pensiero o ricordo, potrebbe addirittura compiacersi per come sta guidando. Niente male. Trova il tempo per un respiro, mentre attraversa piano stradine e viuzze

    del centro, è sui quindici chilometri orari, poi la fitta rete di vicoli e palazzi lascia spazio a strade un po’ più ampie, man mano che si avvicina al lungomare. Piero ne approfitta e, dopo aver compiuto le ultime curve a gomito con cautela, imbocca con più velocità via Zamia, in discesa, contachilometri sui cinquanta. Rapido risale un cavalcavia su un canale asciutto, sul cui fondale

    giace un letto di alghe e chiazze di sabbia umida, d’istinto lancia un’occhiata fugace e poi riporta avanti lo sguardo, attento a percorrere una curva molto larga che lo immette su corso Italia. Costeggia il mare. Quella distesa d’acqua lo trapassa. Per un attimo, Piero ha la sensazione che la salsedine gli s’infili nelle narici e prova addirittura a inspirare, rallenta la presa

    sul volante e si passa veloce l’avambraccio sulla fronte, un colpo di spugna che cancella via il sudore. Poi scrolla il capo e controlla l’orologio sul cruscotto, fa un breve calcolo mentale del tragitto. Tutto fila, sono le cinque e ventinove del mattino. Il rettilineo offre un panorama diverso: la visuale del litorale è coperta da una lunga serie di palme, alla stessa

    distanza l’una dall’altra e su ambedue i lati della strada, i cui rami si aprono verso l’alto fino a toccarsi, offuscando per metà lo spazio di cielo sovrastante. La luce pallida dell’alba bacia a malapena l’asfalto; l’unica cosa che risalta è la linea bianca discontinua, disegnata a intervalli perfetti sul catrame. Piero insegue la traiettoria con lo sguardo fin dove la linea finisce. Là è il suo punto di

    arrivo: una rotonda con un giardinetto costellato da piccole fioriere. Al centro si erge maestoso un obelisco di marmo. Di fronte, a salire, via Maranta, al cui imbocco, sulla destra, si trova palazzo Timi, abbandonato a se stesso, circondato da lamiere arrugginite per una ristrutturazione ferma ormai da una decina d’anni. Secondo piano. Porte e infissi inesistenti.

    Polvere, buio. Piero scuote il capo e sbatte le palpebre, riposiziona gli occhi come pochi secondi prima, fissi, spalancati davanti a sé. Quando mette a fuoco è come se non esistesse più nulla. Palme, rami, striscia discontinua. Nulla. Solo quella rotonda, e mancano ormai pochi secondi alle cinque e trenta del mattino. Schiaccia sull’acceleratore, Piero prende coraggio.

    Il contachilometri digitale segna settantasei chilometri orari ma lui non vede, non sente. Gli ultimi metri li percorre col cuore che è un tonfo continuo, un rumore esasperante che alle sue orecchie arriva afono, l’intervallo fra i battiti è così breve che non lo distingue neanche più. Gli avambracci, affaticati dopo tanta tensione, smettono di tremare, cedono alla stanchezza

    ed è come se due corpi estranei afferrassero quel volante. D’improvviso sente freddo, è un pezzo di ghiaccio: pensa a lei, a lui. Due sagome, che in un attimo prendono forma, appaiono così vive che Piero spinge ancora di più sull’acceleratore. Il richiamo è forte. Appena torna in sé, prova a riprendere il controllo di se stesso e dell’auto, troppo tardi: la rotonda è a un

    passo. Il contachilometri sale ancora. L’obelisco è un tronco piramidale alto diciotto metri. Prima che gli venga in mente di fare qualcosa, Piero alza gli occhi e guarda oltre quel pilastro: palazzo Timi. Nell’oscurità di una delle tre finestre, stagliata lì, nel muro eroso dal vento e dalla salsedine di quel secondo piano, a Piero sembra di scorgere una fronte che sporge appena

    sopra il bordo del davanzale. Sotto la fronte due occhi, quegli occhi, in attesa. Carichi di un’attesa durata giorni. E ora Piero è lì, a pochi metri da quel fabbricato fatiscente, la sua corsa è arrivata al capolinea. Cinque e trenta del mattino, in perfetto orario per l’appuntamento più importante della sua vita.

    Occhi chiusi spalle al mare

Occhi chiusi spalle al mare

Romanzo

Pubblicazione: 26 ottobre 2017

Collana: Dissensi

Prezzo: 13.00 

Colonna sonora di Rita Marcotulli. Voce di Sergio Rubini


Ascolta in anteprima i due brani della colonna sonora:
Imaginary Rainbow e Presenze (Feat. Sergio Rubini).

ASCOLTA

Lei accennò un sorriso. Così dolce che incatenò Piero per sempre a quel volto.

Introverso e schivo, Piero è cresciuto all’ombra di un padre distante e autoritario su un’isola immaginaria del Sud, approdo di migranti. Dalla morte prematura della madre, il ragazzo è solito affidare a una matita pensieri e desideri, cercando nel disegno un modo per esorcizzare paure e fragilità.

Un giorno, un incontro fortuito in un palazzo abbandonato cambierà prospettiva e direzione alla sua esistenza.

Occhi chiusi spalle al mare è una storia intima. Con stile semplice e raffinato, Cutolo delinea i contorni di sentimenti veri come i conflitti descritti, siano essi bellici o interiori.

A rendere indimenticabile la lettura è l’ascolto in sottofondo della colonna sonora composta dalla pianista Rita Marcotulli e impreziosita dalla voce dell’attore Sergio Rubini.

 

L’autore

DONATO CUTOLO è scrittore e compositore.

 

La colonna sonora (Licenza ATD n° 5942/I/6193)

Tracklist:
01) Koinè (2.26)
02) Them (3.04)
03) Imaginary Rainbow (3.52)
04) Jasmine, Youssef (2.53)
05) Tuareg (4.13)
06) Fragment 1 (1.17)
07) Waves and Wind (6.09)
08) Presenze (4.38)
09) Interludio (2.38)
10) Choir (3.46)

Tutti i brani sono composti ed eseguiti da Rita Marcotulli.

Sergio Rubini – Voce (Tracce 01, 04, 08)
Fausto Mesolella – Chitarra (Traccia 10)
Donato Cutolo – Paesaggi Elettronici, Synth (Tracce da 01 a 10)
Mariano Iannotta – Noise Guitar (Tracce 01, 06, 07)
Mariateresa Federico – Voce (Tracce 03, 07)
Yasmeen Buds Choir, Magic Lamp – Coro (Traccia 10)

Registrazioni e Mix: Pasquale Minieri.
Post Mix e Masterizzazione: Donato Cutolo.

Ideazione, progetto e direzione artistica: Donato Cutolo.

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Recensioni

Occhi chiusi spalle al mare interpretato da Sergio Rubini

Occhi chiusi spalle al mare  recensito su Rock&Read

Occhi chiusi spalle al mare recensito su Linkiesta.it

Occhi chiusi spalle al mare recensito su Appunti di una giovane reader

Occhi chiusi spalle al mare servizio  e recensione su RepTv, La Repubblica

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Occhi chiusi spalle al mare su Tg Rai3

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Occhi chiusi spalle al mare recensito sul canale youtube di “Libri Come il Pane”

Occhi chiusi spalle al mare recensito sul canale youtube di Eleonora Forno “Misstortellino”

Occhi chiusi spalle al mare su Fanpage.it

Donato Cutolo intervistato su Tv2000

Docu-film di Occhi chiusi spalle al mare di Donato Cutolo su Alcatraz