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  • Funghi sul monte Trebević

    La luna era alta e rischiarava il container, protetto da sacchi di sabbia, che bloccava l’ingresso occidentale del sobborgo di Butmir. Da qualche parte, lì intorno, c’era sicuramente più di un balija dannato pronto a staccargli la testa con una raffica di Mg42. Milan Kosanović, nonostante la scorpacciata di funghi allucinogeni, riusciva ancora a ragionare e, con

    estrema chiarezza, era consapevole di essersi perso. Luci abbaglianti attraversarono il cielo. Proiettili marziani che si infransero lontano, contro una casa, una moschea, un ospedale. Era la fine del mondo. Milan si chinò dietro una Yugo carbonizzata con la voglia di fumare una sigaretta, ma era troppo pericoloso, inoltre non sapeva nemmeno se ne avesse

    con sé. Si sporse. Oltre il container c’erano macchine rovesciate, vetture tranviarie abbandonate. Un altro container era stato trascinato sotto il ponte stradale. Strisciò cercando di non fare rumore. Gli sarebbe bastato capire dov’era l’aeroporto, attraversare la pista d’atterraggio e rientrare nei ranghi a Ilidža, sempre che i commilitoni non lo avessero fatto secco, dato

    che aveva avuto la brillante idea di indossare il vestito della festa di un tipo che aveva ammazzato. Ora, con quella roba addosso, sembrava suo padre nella foto del matrimonio che i genitori tenevano sopra la mensola dell’ingresso nella casa di Belgrado. Grottesco. Si chiese se stava strisciando verso il cimitero, dove tutte le sere i bosniaci si spingevano per sparare con i mortai da 80.

    La luna illuminava la moschea di Butmir, il minareto sforacchiato come un colabrodo dalle bombe dei carri armati. Le case si facevano più rade. Se fosse andato dritto sarebbe arrivato nella zona controllata da quegli esaltati fondamentalisti dei sandjaki del Montenegro. E se quelli lo avessero beccato, lo avrebbero sgozzato seduta stante, non tanto perché era

    serbo, ma perché, da quelle parti, a quanto si diceva, le rivendite di alcolici erano state chiuse – era vietato bere, e mangiare carne di maiale – e lui puzzava di šljivovica lontano un chilometro. Sarajevo era un casino. Sembrava divertente, all’inizio. Lo era sembrata fino a un’ora prima, quando lui e i suoi compari erano entrati in quella casa nella periferia di Ilidža dove

    avevano trovato un musulmano vecchio e decrepito rintanato dentro a un armadio. Era stato lui, Milan, a sgozzarlo e a provarsi i vestiti appesi alle grucce. Tra le risate dei suoi soci, aveva sfilato per la stanza con indosso giacca e pantaloni risalenti, probabilmente, ai primi anni Sessanta. In preda al delirio allucinogeno, se li era tenuti addosso abbandonando la sua tuta

    mimetica di fianco al corpo dissanguato del vecchio. Prima di andarsene si era impossessato anche di un cappello di pelo in simil castoro, alla David Crockett dei Balcani. Sentì parlare. Intravide due tizi in borghese. Imbracciavano mitragliette Mp5 provviste ciascuna di due caricatori uniti tra loro con del nastro adesivo. Riprese a strisciare, passò vicino a un autoarticolato con

    la cabina annerita dalle fiamme, calpestò i vetri infranti e si piantò una scheggia nella mano. Si stava allontanando, ne era certo, ma la paura non lo faceva più ragionare. Colpa di quel fottuto Radosav Qualcosa, l’esperto micologo, che aveva suggerito di andare a raccogliere funghi allucinogeni sul monte Trebević. Ne avevano riempito un cesto e se li

    erano mangiati. Poi, quando le allucinazioni erano arrivate al punto massimo, si era ritrovato in casa di quel tizio che aveva sgozzato, a bere šljivovica, provare i suoi vestiti, tirare pessima cocaina sul tavolo della cucina. Appena aveva recuperato un barlume di lucidità si era reso conto di essere rimasto da solo e, una volta in strada, di non sapere dove andare. Era terrorizzato, ed era strano

    perché di solito lui faceva paura agli altri, a causa del suo aspetto brutale. Rasato a zero, due fessure nere e buie come l’inferno al posto degli occhi, la testa tonda avvitata direttamente sul torace da spaccalegna dal quale si staccavano due braccia enormi. Era alto almeno un metro e novanta. Infagottato dentro quel vestito da matrimonio che gli stava piccolo, sembrava

    un pazzo scappato dal manicomio. Se non altro il cappello gli nascondeva il tatuaggio sulla fronte, quel Samo Sloga Srbina Spasava in caratteri cirillici che, a Sarajevo, nella parte bosniaca, significava: «Sono serbo, ragazzi, sparatemi». Il paesaggio era desolante. Una zona industriale disseminata di veicoli carbonizzati e sventrati, e da capannoni squarciati dalle bombe.

    Camminò a ridosso di un palazzone devastato, cercando di evitare le buche del marciapiede sfondato. Decise di svoltare a destra. La strada era assolutamente deserta e le carcasse dei veicoli erano allineate lungo il ciglio, dove, durante il giorno, le spingevano di continuo i bulldozer dell’Unprofor per permettere la circolazione verso l’aeroporto. L’aeroporto sì... si stava

    allontanando. Ci fu un crepitio di mitragliatrice, distante, e poi un’esplosione sorda di mortaio più vicino, alla sua sinistra. Una colonna di fumo nero si sollevò verso il cielo lunare a una cinquantina di metri da lui. Milan incominciò a correre. I combattenti di entrambe le fazioni erano nascosti tra le macerie ai due lati della strada, invisibili. Poteva morire, forse era già

    morto. Costeggiò i calcinacci di una banca, si fermò a prendere fiato in un piccolo parco. Dall’altra parte del viale c’erano i resti dell’albergo Bristol. La via era disseminata di schegge metalliche e di buche scavate dalle bombe di mortaio. Il Bristol era ridotto a un rudere, con qualche muro ancora in piedi. Passò davanti a edifici sfondati, mucchi di detriti, uno sbarramento

    composto da diversi camion ribaltati, sorpassò un tram mitragliato fermo in mezzo a un rondò. Costeggiò la torre dell’Energoinvest. Nemmeno per un istante pensò che stava correndo in mezzo a quello che era stato ribattezzato, allegramente, il Viale dei Cecchini, la micidiale arteria che attraversava Sarajevo da est a ovest, sottoposta al fuoco dei suoi

    compari che occupavano tutte le alture a sud della città. Girò a sinistra con la bava alla bocca. Si trovò davanti alle rovine della stazione ferroviaria, scese a destra, in direzione del fiume, verso i visori a infrarossi dei fucili dei cecchini. «Muoio, adesso muoio» continuava a ripetere. Attraversò uno spiazzo su cui si affacciavano finestre cave, balconi sbrecciati, rovine di

    palazzi. Dov’era? Tutto era indecifrabile e contorto. A ridosso di un muro trovò una vasca da bagno. Ci si sdraiò dentro. Nell’aria un buon odore di vegetazione si mischiava al lezzo della decomposizione e della morte. Qualcosa gli passò sopra una gamba. Urlò, si alzò di scatto e riprese a correre. Topi, topi giganti, con gli occhi rossi. Topi che cantavano canzoni stonate. Topi. Topi in ogni direzione.

    L’odore di decomposizione che diventava colori di fuoco e fiamme. Merda, i funghi, pensò. Una fitta al fegato lo fece cadere in ginocchio. Non poteva finire così. Non era giusto. Ancora topi, topi che saltavano fuori dai cassonetti. In lontananza un’esplosione. Una sottile colonna di fumo denso, polvere azzurra che si disperse nella notte. Una strada, un’altra strada e

    ancora strade. Crateri di bombe, macchine carbonizzate. Schianti, colpi di fucile. Milan riprese fiato al riparo di un muro sgretolato. Corse fino a un passaggio improvvisato con sacchi di sabbia e assi lungo uno stabile. Due lastre d’acciaio erano state messe di sbieco davanti all’ingresso come protezione contro le bombe di mortaio e di carro armato. Un cortile.

    Un cortile buio. La quiete. Un’ombra. «Ehi, amico». Sussultò e si mise le mani davanti alla faccia. «Ehi, ce l’hai una cicca?». Milan cavò con dita tremanti il pacchetto di sigarette, che non ricordava di possedere, dalla tasca dei pantaloni. Qualcuno lo prese e ne estrasse una. Una fiammella di fiammifero illuminò per un attimo il volto di una ragazza. «Sei un pittore

    o cosa? Vestito così mi sai di artista». Milan non rispose. Rifiutò di toccare la mano che gli porgeva il pacchetto di sigarette. «Amico, cosa ti sei bevuto?». Fece qualche passo all’indietro, poi si voltò, uscì da dov’era arrivato e corse tenendosi vicino ai muri dei palazzi. Gli edifici sembravano enormi rocce. Passò una macchina a tutta velocità a fari spenti. Pregò che

    qualche commandos dei suoi, sceso in città approfittando del buio, lo recuperasse. Poi si ricordò di essere vestito come per un matrimonio del 1961, e con in testa un berretto da sfigato, e non ci sarebbe stata nessuna speranza di essere riconosciuto. Una detonazione, lontana, alle sue spalle. Sentì un muggito, prolungato. Un mucca a Sarajevo? Se ritrovava quel bastardo

    di Radosav Qualcosa lo avrebbe ammazzato. Lui e quei suoi fottuti funghi. L’esplosione, che pochi secondi prima gli era sembrata sufficientemente lontana da non creargli troppa ansia, si ripresentò più vicina, improvvisa. Davanti a lui un immenso edificio di una ventina di piani sulla riva opposta della Miljacka. Grbavica, dove c’erano i suoi. Appostati per far secchi

    i bosniaci. Doveva raggiungerli. Tra lui e la salvezza due barricate poste perpendicolari alla direttrice della via. Prese la rincorsa e si lanciò allo scoperto. Quando ormai si trovava al sicuro dietro l’ammasso di lamiere e carcasse di automobili si scatenò l’inferno. I cecchini avevano iniziato a sparare in ogni direzione. Un’eco continua, colpo su colpo. Un sibilo vicinissimo

    gli fece maledire i suoi commilitoni. Schegge di ferro e lamiera sulla sua testa erano volate in ogni dove. Un topo correva a zig zag, bestemmiando. Sparavano dappertutto. «Basta, teste di cazzo!» gridò Milan in preda al panico. Si lanciò verso est, da dove era arrivato, allontanandosi dalla prima linea del fronte e del fiume. Entrò dentro quella che un tempo era stata una

    rivendita di tabacchi, il cui ingresso era stato sventrato da un’esplosione. La saracinesca, divelta e contorta, pendeva di lato. Cumuli di vetro, calcinacci e polvere. Faceva piacevolmente fresco, anche se l’aria era impregnata di un lezzo di stalla. Sul bancone un moccolo spandeva una debole luce giallognola, di fianco era posata una pistola semiautomatica,

    una Beretta M9. L’unica finestra era ostruita da sacchetti di sabbia. Si avvicinò al bancone. Stava per raccogliere l’arma quando un muggito lo fece voltare. Ancora allucinazioni? Ondate di paranoia e paura lo fecero rabbrividire dalla testa ai piedi. Ignora l’incubo del muggito, si disse. Sii padrone di te stesso. Controllati. È solo una città. Una città come tante altre.

    Ignora le luci. Ignora i topi preistorici. Ignora il rumoroso battito del tuo cuore. Quando si girò, un uomo anziano illuminato appena dalla candela teneva in pugno la pistola e gliela puntava contro. «Chi sei?» chiese lo sconosciuto. «Il diavolo» sibilò Milan. «Vestito così lo sembri, in effetti. Un indemoniato». L’uomo sputò a terra e sorrise stancamente.

    Il muggito di Sarajevo

Il muggito di Sarajevo

Pubblicazione: 29 settembre 2016

Collana: Dissensi

Pagine: 256

ISBN: 9788896350591

Prezzo: 11.00 

"Una narrazione capace di suscitare il sorriso, la commozione, la rabbia e la malinconia", Mauro Trotta, Il Manifesto

Una lacrima gentile le scese dall'occhio sinistro. Una lacrima disperata le scese da quello destro. "Muuu!". Fu tutto quello che riuscì a esternare. Poi scosse il capo.

Nata per essere assediata. È così che si sente Amira, diciotto anni e un grande sogno da realizzare nella città di Sarajevo del ’93, lacerata dalle rappresaglie tra serbi e bosniaci. Il cuore della suonatrice di cigar box guitar batte all’unisono con i colpi di mortaio e le raffiche di mitra, ma Amira canta la sopravvivenza, la speranza. Della band Senza Strumenti fanno parte anche il colonnello Mustafa Setka, mago del basso, e il gigantesco ballerino di kolo, Masne, alle percussioni. I due, per tutto il giorno, seguono Jack, meglio conosciuto come Mozambik l’irlandese, fidanzato di Amira, spacciatore. All’occorrenza, Jack si offre come guida agli inviati di guerra che affollano l’Holiday Inn semidistrutto. Così conosce Carlo e Oscar, due fotoreporter italiani che inseguono uno scoop davvero straordinario: tra macerie e bombe, intendono trovare una vacca indiana che si dice abbia poteri da chiromante. Sarà per caso la Zebù gir che il vecchio Ivan nasconde nella corte interna del suo negozio di tabacchi, adattato a fumeria d’oppio dopo l’inizio del conflitto? Del resto, non è la sola ospite che il commerciante  cela a sguardi e orecchie indiscrete. In uno sgabuzzino è segregato, infatti, un serbo fuori di testa che, dopo una scorpacciata di funghi allucinogeni, si è ritrovato al di là delle linee nemiche. Lo scopo di Ivan è rispedirlo al mittente in cambio di un riscatto, da chiedere a un oscuro cecchino dei servizi segreti serbi, che trova la concentrazione solo canticchiando le hit di Barbra Streisand. Niente a che vedere con i Nirvana di Kurt Cobain, che Amira ha scoperto grazie a un lontano cugino olandese, di origine bosniaca, diviso tra rock e fede religiosa da quando ha abbracciato l’Islam in prigione.

Dopo il romanzo Quando le chitarre facevano l’amore, Lorenzo Mazzoni regala ai suoi lettori Il muggito di Sarajevo, un’altra carrellata di personaggi unici, protagonisti di una storia cruda, toccante, avventurosa, grottesca, dall’ipnotico ritmo grunge.

 

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Recensioni

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Il Resto del Carlino

“Il muggito di Sarajevo” recensito da La lettrice rampante

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Liberi di Scrivere

“Il muggito di Sarajevo” recensito sull’ Osservatorio balcani e caucaso

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Evidenzia libri

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Nazione indiana

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Satisfiction

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Culturalismi.com

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Succede oggi

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Over the doors

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Il Bardo

Podcast dell’ intervista di Lorenzo Mazzoni sul suo romanzo “Il muggito di Sarajevo” – a partire dal minuto 29- durante la puntata del programma “Shokking Culture” sulle frequenze di Rock’n’roll Radio

 Sul suo blog Stefano Donno recensisce “Il muggito di Sarajevo”

“Il muggito di Sarajevo” recensito da Elisabetta Favale su linkiesta.it

“Il muggito di Sarajevo” recensito da La Leggivendola

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Senzaudio

“Il muggito di Sarajevo” recensito su Millesplendidilibrienonsolo

Il muggito di Sarajevo recensito su Il giro del mondo attraverso i libri