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  • Lo scoppio della piccola carica di plastrite produsse un rumore simile a una bastonata su una scatola di cartone. Alberto si avvicinò alla porta e con la torcia elettrica illuminò la serratura annerita dalla quale fuoriusciva un fumo grigio e denso. Fece un segno a Dario che, senza esitazione, si lanciò contro la porta blindata con una poderosa spallata. Non si aprì. Alberto scosse la testa

    e si piegò verso la serratura per guardarla da vicino. «Il palanchino» disse, tossendo a causa del fumo inspirato. L’amico gli passò la leva metallica e lui, con una mossa decisa, la infilò nell’intercapedine e tirò a sé con forza. Una frazione di secondo dopo la porta era spalancata. Entrarono in una stanza buia. La teca, un cilindro di vetro alto circa sessanta centimetri, si trovava

    al centro della sala, sorretta da un’antica colonna di marmo. Alberto la puntò con la torcia facendo luccicare la statua di bronzo conservata all’interno. «Che te ne pare?» domandò senza distogliere lo sguardo dalla scultura. Dario avvicinò la faccia a un centimetro dal vetro e afferrò il passamontagna per sfilarselo. «Ma che fai? Ci sono le videocamere!».

    «Merda!» esclamò tirandoselo giù con gesto fulmineo. Prese il palanchino e, con un paio di colpi ben assestati, distrusse entrambe le telecamere. Poi si soffermò a osservare la statua. «E sarebbe questa?». «Già» «Ma cosa rappresenta?». Il ragazzo non rispose. «Fai luce sull’altro lato... da dietro» spiegò gesticolando. «Ecco, sì... boh, proprio non riesco

    a capire». «Sono tre donne attaccate per la schiena» osservò Alberto. «Tre donne?! Dove le vedi tre donne?». «Questa davanti è una... ecco la testa... la mano che impugna qualcosa, forse un pugnale. La vedi ora?». «Io non vedo proprio niente». «Quest’altra, invece, sembra che sollevi una fiamma. In testa ha una corona con le punte... somiglia alla Statua

    della libertà». «Mi stai prendendo in giro». «Davvero non distingui le tre teste? Neanche le braccia? E che sono queste secondo te?». «Devo proprio dirti cosa mi sembra questa roba qui?». «No, non farlo» rispose porgendogli la torcia puntata sulla scultura. «Tieni ferma la luce». «Dai, lo sai che non capisco un cazzo di arte». Alberto poggiò le mani sulla parte

    superiore della teca e la spinse lentamente in avanti. Il cilindro di vetro si sollevò dalla colonna di marmo di qualche centimetro. «Il vetro non è fissato. E non è pesante» osservò rimettendolo giù. «Perché vale così tanto, secondo te?». «Non lo so. Però se il Conte ha riservato una stanza solo a quest’oggetto significa che vale molto». «Diamo un’occhiata anche al resto

    della villa?». «No. Dobbiamo prendere solo questa statua». «Hai idea di quanta roba di valore dev’esserci qui dentro? Un giro veloce e poi ce la filiamo». «Si fa come dico io. Solo. La. Statua. D’accordo?» sbottò Alberto alzando il tono della voce. «Ok, va bene. E non ti scaldare» «Tieni, metti la torcia sotto il braccio. Quando alzo la teca, infila le mani sotto e aiutami

    a toglierla». «Io sono pronto». Sollevarono il vetro con cautela e, mentre lo posavano per terra, Dario si lasciò sfuggire la torcia. La luce si spense accompagnata da un rumore di vetri rotti. «Merda... mi è scivolata». Alberto scosse la testa sconsolato. «Dove hai lasciato lo zaino con la tua pila?». «Fuori, nel corridoio». «Valla a prendere. Sbrigati, non

    perdiamo altro tempo». Il ragazzo si allontanò imprecando e dopo alcuni istanti calò il silenzio. Un silenzio che fece insospettire Alberto, il quale si trattenne dal chiamare il suo compagno e, muovendosi a tentoni, si avvicinò alla colonna di marmo. Afferrò la statua e, senza far rumore, raggiunse il muro alla destra della porta rimanendo immobile,

    in ascolto. Avvertì dei passi che si avvicinavano e intuì che il suo amico non era solo: qualcuno si era appostato nell’oscurità e aveva atteso con pazienza il momento propizio per intervenire. Un attimo dopo intravide nel buio due sagome che varcavano la porta. Strinse con forza la statua tra le mani e trattenne il fiato per evitare qualsiasi rumore. Il cuore gli batteva come un

    tamburo. Si accese una torcia: Dario aveva una pistola puntata alla nuca e l’uomo che lo teneva sotto tiro si proteggeva con accortezza alle sue spalle. «Fermo dove sei!» gridò lo sconosciuto mentre muoveva rapidamente il fascio di luce illuminando tutti gli angoli della sala. «Ho una pist...». Un colpo sordo accompagnato da un flebile, breve lamento e l’uomo stramazzò al suolo

    con la pila che andò a rischiarare un punto indefinito sulla parete di fronte. La pistola invece cadde mezzo metro più avanti. Alberto raccolse la torcia e la puntò sul corpo esanime. Gli aveva preso in pieno la testa con la scultura. Una chiazza di sangue si allargava rapida sul pavimento. «Porca puttana!» esclamò Dario. «L’hai ucciso!». In silenzio, il ragazzo osservava la scena

    continuando a reggere la statua come una clava nella mano destra. «E adesso?». «No, no... non doveva trovarsi qui» farfugliò ansimando. «Che significa?». «Non doveva trovarsi qui! Cazzo!» «Siamo fottuti, vero?» Alberto serrò le labbra con lo sguardo perso nel vuoto. Poi, con la torcia, indagò sul corpo inerme dell’uomo e si soffermò su una mano. Sulle dita erano tatuate

    alcune lettere in un alfabeto a lui sconosciuto. Sollevò la manica della giacca e scoprì un altro tatuaggio che raffigurava un coltello insanguinato. «Non è un guardiano del Conte». «Come fai a dirlo?». «Queste cose qui se le tatuano i criminali in galera. E guarda le lettere sulle dita... ’sto pezzo di merda non è neanche italiano». «Chissà cosa significa quella scritta».

    «Boh... dai, ora squagliamocela». «E lasciamo tutto così?». «Sì». «Forse è meglio prendere la pistola». «No. Raccattiamo solo le nostre cose, e questa statua di merda». Se la portò vicino alla faccia osservandola con un’espressione strana. Sembrava quasi volesse parlare a quella figura inanimata. Poi, come ridestandosi, puntò la luce verso l’uscita e si allontanò.

    Dario infilò lestamente il palanchino e la torcia rotta nello zaino e raggiunse di corsa il suo compagno.

    I tre volti di Ecate

I tre volti di Ecate

Pubblicazione: 1 Dicembre 2016

Collana: Dissensi

ISBN: 9788896350614

Prezzo: 10.00 

Sul tavolino di vimini c’erano due revolver. Dario e Alberto li osservarono in silenzio, quasi intimoriti. Non avevano molta confidenza con le armi e in quel momento le pistole, identiche e messe una affianco all’altra, apparivano ai loro occhi come la manifestazione di un oscuro presagio.

Alberto e Dario sono ladruncoli, ragazzi difficili che sarebbero piaciuti a Pier Paolo Pasolini. Da una villa lussuosa i due rubano un reperto di valore, la statua di Ecate, una delle divinità più misteriose della iconografia greca, traghettatrice delle anime degli uomini nel regno dei morti. Il giorno dopo il colpo, accanto al piedistallo vuoto, c’è il cadavere di uno sconosciuto. Chi è e perché è stato ammazzato? Del caso si occupa il commissario Nebbio, poliziotto sadico e corrotto. Attori e vittime di un gioco più grande di loro, Alberto e Dario chiedono aiuto a un miliziano solitario e dal passato in chiaroscuro, Mario Sforza, che s’impegna a tirarli fuori dai guai. Innanzitutto bisogna dar conto a Messala, ricco proprietario di un albergo, committente del furto. Ha agito per sé o per altri? E che fine ha fatto la statua? Il triplice aspetto della dea – una donna giovane, una adulta e una anziana – è un’allegoria dei modi con i quali l’uomo, nelle diverse età, riconosce e affronta la propria fine. Analogamente i protagonisti del romanzo sfideranno le tre facce della morte e saranno guidati da Ecate verso il loro inevitabile destino.

Stile asciutto e diretto, trama avvincente, personaggi ben caratterizzati; I tre volti di Ecate è un noir a tinte fosche che si svela al lettore solo nelle battute finali.

Vito Santoro (Brindisi, 1966) ha esordito nel 2015 con il romanzo Non c’è tempo per il sole (Edizioni della Sera), premio Narratori della Sera. Tra il 2015 e il 2016 ha vinto diversi concorsi letterari riservati ai racconti brevi (Narratopoli-Centoautori, Milleparole, Horror Storytelling). Con lo pseudonimo Fonemi, cura un progetto di musica elettronica e di ricerca.

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Recensioni

I tre volti di Ecate di Vito Santoro recensito da RADIOLIBRI.IT

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